Esistono libri che bisogna leggere al momento giusto. E così è stato per me con “Kaputt” di Curzio Malaparte. Ho deciso di leggerlo, dopo essere stato conquistato dal saggio che Milan Kundera gli dedica in "Un incontro". L’ho finito, in un crescendo di avidità che non provavo da tempo di fronte a un romanzo. Se avessi letto “Kaputt” molti anni fa, come è accaduto con “La pelle”, non avrei compreso a fondo la forza di questa straordinaria opera letteraria che oltre sessant’anni fa inaugurava un filone che oggi va tanto di moda pure in Italia, la no-fiction. Allora sarei stato condizionato da schemi politici che mi avrebbero portato a valutazioni poco adeguate alla forza del libro. Ora provo a definire qualcuna sensazione (più che riflessione), a prima botta, senza starci a riflettere più di tanto.Una turba silenziosa di gente scendeva verso di me dai vicoli e dalle scale che dalla Via Santa Lucia salgono verso il Pizzofalcone e il Monte di Dio. Era la misteriosa turba dei lèmuri e dei mostri che vivono rintanati nelle grotte, nei cortili, e nei “bassi” di quel rione di Napoli, in fondo ai cento oscuri vicoli che formano il labirinto del Pallonetto. Venivano verso di me stretti in gruppo, come un esercito che marci all’assalto di una rocca munita. Camminavano lenti e muti, in quel deserto silenzio che precede lo schianto delle prime bombe, nell’atterrita solitudine che attorno a loro creava lo stesso carattere sacro delle loro orribili deformità. Erano torme di sciancati, di storpi, di zoppi, di gobbi, di monchi, di culs-de-jatte, di quei “mostri” cha a Torino son custoditi, fuori d’ogni sguardo umano, nella misericordiosa solitudine del Cottolengo. La guerra li toglieva alla loro religiosa clausura nel fondo delle case, dove la pietà, il sacro orrore, la superstizione del popolo e il pudor familiare, li celavano per tutta la vita, condannati al buio e al silenzio. I “mostri” scendevano lentamente, aiutandosi l’un l’altro, seminudi, vestiti di stracci, i volti contratti da una smorfia che non era di paura, ma di odio e di gloria.
2.
E a Napoli, proprio a Napoli, nella più infelice, affamata, umiliata, abbandonata, torturata città d’Europa, nella più miseranda città d’Europa, ecco che udivo pronunciare la parola “sangue” con religioso timore, con sacro rispetto, con un profondo senso di carità, con quell’alta, pura, gentile, innocente voce con la quale il popolo napoletano pronunzia le parole mamma, bambino, cielo, Madonna, pane, Gesù, con la stessa innocenza, la stessa purezza, con lo stesso gentile candore. Da quelle bocche sdentate, da quelle labbra pallide e consunte, il grido: “’O sangue! ‘O sangue!” si alzava come una invocazione, come una preghiera, come un nome sacro. Secoli e secoli di fame, di servitù, di barbarie togata, impaludata, incoronata e unta, secoli di miseria, di colera, di corruzione, di vergogna, non erano riusciti a soffocare in quel popolo miserabile e nobilissimo il sacro rispetto del sangue.
3.
“Maledette mosche!” dissi.
“Eh, proprio così,” disse l’uomo facendosi vento col giornale “maledette mosche!”.
“Perché non fate la lotta alle mosche, anche a Napoli? Da noi, nell’Italia del Nord, a Milano, a Torino, a Firenze, perfino a Roma, i comuni hanno organizzato la lotta alle mosche. Non c’è più neppure una mosca nelle nostre città”.
“Non c’è più nemmeno una mosca a Milano?”.
“No, neppure una mosca. Le abbiamo ammazzate tutte. È una cosa igienica, si evitano le infezioni, le malattie”.
“Eh, ma anche a Napoli abbiamo fatto la lotta alle mosche, anzia abbiamo addirittura fatto la guerra alle mosche. Son tre anni che facciamo la guerra alle mosche”.
“E allora, come mai ci sono ancora tante mosche, a Napoli?”.
Ma che brutto libro questo "Il giorno prima della felicità" di Erri De Luca (Feltrinelli). Inutile, svagato, aggrovigliato, senza avere la capacità di dire qualcosa oltre le ritrite frasi sentenziose e le metafore bislacche, che mandano in estasi le maestrine di pallide letture. De Luca erri, erri assai. Riposati, fatti una bella scalata, riposati per una ventina d'anni, ossigenati la mente, e poi siediti a scrivere.
Per rifarmi della mancata vacanza annuale in Grecia, mi sono concesso questi “Labirinti di Atene” di Petros Markaris, del quale avevo già letto “Ultime dalla notte”, a Skyros, sette anni fa, senza entusiasmo.
Sono sempre stato incuriosito dai tentativi di storicizzazione della letteratura fatta in corpore vivo. Sono prove anfibie, metà critica militante, metà, appunto, analisi storica. Non posseggo un patrimonio lessicale che mi consenta di fare lo specioso o di dettare regole. Leggo. E, poi, se ne ho voglia, scrivo. La curiosità mi spinge a confrontarmi con argomenti che credo di conoscere perché li frequento fuori dai libri. Così è per la narrativa meridionale e, nella fattispecie, napoletana. Forse anche perché vivo a Napoli o forse solo perché vivo a Napoli. Se abitassi a Novara forse me ne fregherei. E già, questo è il punto. La nuova narrativa del Sud, quella nata a metà degli anni novanta, è molto autoreferenziale, anzi troppo. Dopo aver letto “Uccidiamo la luna a Marechiaro” di Daniela Carmosino, ne sono ancora più convinto. Ed è autoreferenziale pure la critica (militante o accademica che sia).
Non voglio stare a infierire sul linguaggio che l’autrice usa. Però qualche “eccellenza” ve la devo concedere, giusto per farvi capire dove vanno a parare i professorini cresciuti a pane e Asor Rosa. Tra parentesi: anche a me, a suo tempo, è stato inflitto il terribile manuale scolastico di Asor Rosa, per fortuna per capirci qualcosa della letteratura italiana aveva il buon Petronio. Insomma eccovi una, una sola, delle definizioni della Carmosino: “La tecnica dello straniamento, tesa a depotenziare le stereotipate situazioni ‘meridionali’ a tinte forti, costeggia il metanarrativo nell’allocuzione al lettore che tira le fila e glossa in clausola”. Vabbé, sarà roba tecnica, precisa lessicalmente, ma a me fa ridere. E parla come mangi. La “glossa in clausola” è pure cacofonica. Mammamà.
Veniamo al sugo. Immagino che la Carmosino non pretenda di esaurire con questo suo libretto tutto il discorso sulla nuova narrativa meridionale, perché si limita a scrivere sostanzialmente di quattro o cinque autori. E di alcuni in modo insistente. Parla e riparla di Antonio Pascale, fino alla noia, che a me non sembra proprio il più emblematico. Certo dà qualche chiave per capire anche scrittori bravi come il palermitano Roberto Alajmo e Giuseppe Montesano. Però manca un’organicità nell’approccio. Si ha l’impressione che abbia messo assieme in modo un po’ troppo rapido schede di libri scritte in tempi separati. Una sorte di adattamento di una tesi di laurea o di crudo materiale accademico raccolto in qualche convegno di cui non si è avuto i soldi per pubblicare gli atti. Insomma si capisce poco dove voglia andare a parare. Forse da nessuna parte, perché la storia della letteratura ha ben poco di oggettivo, come insegnano i veri storici della letteratura. E la critica militante, quando milita davvero, è per sua natura soggettiva. Quindi non si esce dal vicolo cieco del dualismo: mi piace/non mi piace. In verità, i veri storici e i veri critici qualche ragno dal buco lo cavano, ma con questo libricino siano lontani dalla vera critica e dalla vera storia.
La Carmosino prova a tracciare delle linee, delle tendenze e dei percorsi, ma si impegola in vecchie e logore faccende, come il rifiuto della napoletanità. Ma è una storia obsoleta. Roba che serviva per polemiche da gazzette già nel dopoguerra e ci ha rotto le scatole per decenni. Ma che significa napoletanità? Sì, lo so, i cliché, la pizza, il mandolino, la luna a Marechiaro. Ma, via, è roba per turisti. Lo capisce chiunque abbia conservato un po’ di buonsenso. Dico di più, esiste da tempo un’altra oleografica altrettanto turistica (ad uso dei tg e, quindi, a discendere, dei viaggiatori) ed è quella della violenza, della camorra e di gomorra, di Scampia e degli scippatori, del Male. E’ vero che la Carmosino questo aspetto, questa riluttanza di alcuni scrittori verso questi nuovi cliché, lo affronta. Ma è lo schema contrappositivo a essere uno strumento poco efficace. A chi sta a strologare sulla napoletanità io replico sempre con una battuta di Massimo Troisi: “Sono napoletano e non devo dimostare niente a nessuno”.
La nuova narrativa del Sud (napoletana nella fattispecie) è un prodotto editoriale. Perché poi, ciascuno scrive quello che sente, come lo sente e, se è bravo, va al di là del piccolo mondo dal quale proviene. Macondo cos’è in fondo? Un villaggio caraibico della Colombia e, nel bene e nel male, è diventato universale. Cosa sarebbe la Mancia senza Don Chisciotte? E che cosa sarebbero le piccole città della Francia settentrionale senza Simenon. Sono paesaggi e miraggi. Napoli è un paesaggio e un miraggio. Gli scrittori (i veri scrittori) ci vivono dentro e lo raccontano. Poi gli editori creano le etichette e gli accademici le riprendono nei loro libri.
Non so perché mi ostino a leggere i libri di Erri De Luca. È il mio lato masochistico. O forse sono attirato dalla brevità che istiga l’istinto del collezionista. Ho letto un altro libro, e vabbé. Potevo pure farne a meno. Se mettete insieme tutto quello che ha scritto De Luca non fate un romanzo di Moravia. Ed escono tre o quattro libro all’anno, quasi come Andrea Camilleri che, però, non se la tira tanto come fa De Luca.
A suo tempo, giusto vent’anni fa, mi piacque molto il romanzetto d’esordio, “Non ora, non qui”. Uno stile asciutto che però lasciava già presagire quello che De Luca sarebbe diventato dopo: un profeta spicciolo con una prosa sentenziosa fatta per piacere chi crede che mettere insieme un ossimoro sbilenco, una metafora inusuale, faccia molto chic.
Così questa striminzita raccolta di racconti, “L’isola è una conchiglia”, ha tutti i pregi (pochisismi) e i difetti (a valanga) delle opere precedenti di De Luca. No starò a fare il piccioso, basta sfogliare a caso per trovare espressioni come questa: “i maestrali arruffavano le onde”. Ma una frase del genere la può scrivere solo un poeta della domenica. Il libretto è pieno di questa roba, come del resto gli altri libri di De Luca. A ogni pagina sembra dire: ahò, io ci ho una sensibilità tremenda, io vedo cose che voi umani non potreste immaginare. Ma insomma, ma insomma.
L’apice questa volta De Luca lo tocca a pagina 42. Leggete: “Una notte feci l’amore in acqua al largo, avevo gambe da nuoto per reggere anche lei e galleggiavamo a forza di spinte”. Ma dai, Erri’? Questa è una vanteria da Bar Sport, per stupire i compagni di una bevuta, che manco ti credono, o da raccontare a qualche signorina passatella che vuoi portarti a letto.
Ma dopo è peggio: “Una volta ho spremuto il seme da solo per pura felicità di solitudine, giù da uno scoglio salito fino in cima. Stanco di nuoto, irrigidito di freddo ero montato lassù dove c’erano spine, lucertole, sterco di gabbiani e la terra scottava. Misi la schiena sull’aspro suolo e il calore mi prese tra il sole di sopra e il terreno riarso. Il fiato si allargò profondo, il sesso s’inorgoglì di una sua gioia e il seme rotolò nelle polvere alla cieca”.
Uè, De Luca, tu una pippa ti sei fatta e ne stai facendo una poesia scema. Spremere il seme? E che cos’è un limone? Il sesso s’inorgoglì? Essì, l’orgoglio del cazzo. Ma come ti vengono certe espressioni? È pudore? Una pippa è una pippa è una pippa, potremmo dire parafrasando la Stein. E hai pure scelto un posto scomodo assai per sparartela.
La verità è che De Luca vuole spacciare stronzi per babà, versandogli sopra un’abbondante dose di rumma. Ma chi ha il naso allenato la sente lo stesso la puzza di merda.
Sono fatto per le eccezioni, non le regole.
Mi sembra che i costumi e gli usi delle nazioni che non sono contrari alla morale non possono essere giudicati gli uni migliori degli altri. Perché, secondo quale regola dovrebbero essere giudicati? Non vi è una misura comune, tranne questa: ogni nazione si fa una regola dei suoi propri costumi, e in base ad essa giudica tutti gli altri.
Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un'accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione.
ll paradosso del rock and roll è che c'è più brava gente tra gli ascoltatori che fra i musicisti.
L'albero sente le sue radici più che non possa vederle; ma questo sentimento misura la grandezza delle radici in base alla grandezza e alla forza dei rami visibili.
Il mondo è una commedia per quelli che pensano, una tragedia per quelli che sentono.
Andrei all'inaugurazione di qualsiasi cosa. Anche di una toilette.
Credono di essere di sinistra perché mangiano il pesce con il coltello.
Quando brucia il tetto, non serve né pregare né lavare il pavimento. Comunque pregare è più pratico.
Molti pensano alle stelle come a blocchi di materia, e non ce la fanno a credere che sono soltanto luce.
L'uovo ha una forma perfetta, benché sia fatto col culo.
Per acquistare stima, bisogna accostarsi ai più eminenti; una volta acquistata, bisogna stare fra i mediocri.
I veri paradisi sono i paradisi perduti.
Dicono: Ci saranno dopo, il Paradiso e le Huri.
La tristezza è come un muro tra due giardini.
Sono i figli di Adamo, dell'uomo cacciato dal Paradiso, e sono i fratelli degli animali, degl'innocenti. Dalla mano del cielo prendono ora per ora ciò che vien loro dato: sole, pioggia, nebbia, neve, caldo e freddo, benessere e indigenza; per loro non esiste il tempo, la storia, non esiste una mira, e neppur quell'idolo dello sviluppo e del progresso, nel quale credono così disperatamente quelli che hanno una casa. Un vagabondo può essere delicato o rozzo, ingegnoso o melenso, coraggioso o pauroso, ma nel cuore è sempre un fanciullo, vive sempre come al primo giorno, avanti l'inizio d'ogni storia universale, e la sua vita sarà sempre guidata da pochi, semplici istinti e bisogni. Può essere intelligente o sciocco; avere coscienza profonda della fragilità e caducità d'ogni vita, della povertà ed ansietà con cui ogni essere porta il suo tantino di sangue caldo attraverso il ghiaccio degli spazi, o solo seguire puerilmente e avidamente i comandi del povero stomaco... sempre egli è il contrapposto e il nemico del possidente e del sedentario, che lo odia, lo disprezza e lo teme, perché non vuole che gli rammenti tutto questo: la fugacità d'ogni esistenza, il continuo avvizzire d'ogni vita, la morte gelida e inesorabile, che riempie intorno a noi l'universo.
Se non sono i vizi di tuo marito a mandarti in bestia, allora saranno le sue virtù.
E il vento mi ha consunto gli occhi in un incubo azzurro.
Sono sempre stato molto lento... Anche per parlare devo fare la brutta copia...
Nessuna maledizione è peggiore di un'idea propagata attraverso la violenza.
L'eccessiva fretta a sdebitarsi di un obbligo è una forma di ingratitudine.
Le vittime sono sempre colpevoli, se non altro dei nostri rimorsi.
Ero perfettamente integrato nell'era dell'informazione, quindi totalmente ignorante.